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Lectio Divina XXXIII Domenica T.O.- A

LETTURA - COMMENTO - VITA
Unità Pastorale Madonna della Salute
Goito 19 novembre 2020 – XXXIII Domenica del Tempo Ordinario -A
Domenica dei poveri

La creatività dell'amore

Proverbi 31, 10-13.19-20.30-31 . Salmo 127 . 1Tessalonicesi 5, 1-6 . Matteo 25, 14-30

Lettura
Gesù, dopo aver abbandonato il tempio ed aver discusso con i discepoli della sua magnificenza e della sua totale rovina ormai imminente, si reca sul monte degli ulivi. Qui i discepoli si accostano al maestro e a loro dà le ultime indicazioni e consegne, utilissime per tutta la comunità.

Mt 25, 14-30
14 Avverrà infatti come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. 15 A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito 16 colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. 17 Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. 18 Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. 19 Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. 20 Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: "Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque". 21 "Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone". 22 Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: "Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due". 23 "Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone". 24 Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: "Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. 25 Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo". 26 Il padrone gli rispose: "Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; 27 avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse. 28 Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. 29 Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. 30 E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti".

Commento
Il brano odierno è costituito dalla famosa parabola detta dei "talenti" (un talento equivaleva a seimila dracme. La dracma o denaro aveva un valore di circa 50 euro. Avevano ricevuto quindi dei materiali preziosi che corrispondevano ciascuno a circa 300.000 euro). La vicenda narrata si sviluppa in tre momenti. Dapprima abbiamo la consegna da parte del padrone dei suoi beni a tre servi prima di partire per un viaggio (25,14-15). Poi è presentato il diverso comportamento dei servi nei confronti dei beni ricevuti mentre il padrone è assente (25,16-18). Infine si narra del ritorno del padrone e della resa dei conti con la ricompensa o la punizione dei servi, in relazione alle loro attività svolte durante la sua assenza (25,19-30). Le prime due fasi della storia, che presenta i rapporti di un padrone con i suoi servi, sono in funzione della terza che indica il culmine di tutta la vicenda. Il racconto ruota attorno a due poli: il padrone ed il terzo servo. Il padrone, dopo aver consegnato i suoi beni ai servi, parte. Dei tre servi che hanno ricevuto in consegna i talenti due li fanno fruttare, raddoppiandoli ed il terzo, "che ha ricevuto un solo talento", lo nasconde sotto terra per essere al sicuro di fronte ad eventuali problemi che potevano sorgere. La distribuzione dei beni è fatta dal padrone ai servi secondo le capacità di ciascuno, dando loro fiducia e responsabilità mentre lui è assente. La scena ha il suo punto culminante al ritorno del padrone. Egli chiama i servi e chiede loro di regolare i conti. Ai primi concede come premio del lavoro svolto di prendere "parte alla gioia del padrone". La punizione del terzo servo consiste nell'essere allontanato dal padrone e gettato nelle tenebre dove è pianto e stridore di denti. Quello che conta è la relazione col padrone che, in sua assenza, si è concretizzata per i primi due servi nel lavorare alacremente per lui e per l'ultimo nell'ignorare le sue attese ed essere negligente.

Il Signore ha dato a tutti doni ed attrezzature adeguate alle capacità di ciascuno. Al suo ritorno, la verifica e la valutazione dei singoli avverrà non tanto sui risultati ottenuti nei vari impegni e lavori, ma sull'amore vivo ed intraprendente che è stato riservato per lui. È dall'amore per il Signore che nascono poi nuove energie, risorse impensate e progetti adeguati a rendere fecondo e festoso l'incontro con lui.

COLLEGAMENTO FRA LE LETTURE
Il tema del rapporto fiducioso e pieno d'amore con Dio raccorda le letture di questa domenica. È l'amore per il padrone che spinge i servi a lavorare per lui e ad incrementare le sue sostanze, dice il vangelo. Mentre il disinteresse e la mancanza d'amore produce indifferenza e pigrizia. Anche la prima lettura, tratta dal libro dei Proverbi, approfondisce il tema presentando la donna saggia. Ella, che è proposta come moglie ideale, porta a perfezione tutte le sue abilità in quanto mossa da grande amore per il marito. La lettera dell'apostolo ai cristiani di Tessalonica dà istruzioni su come si deve vivere attendendo il Signore che viene. È certezza la venuta del Signore! Per questo allora i cristiani non possono perdersi in vani ragionamenti o abbandonare la speranza. Essi non sono impreparati perché, attraverso il battesimo e la fede, sono figli della luce e del giorno e quindi senza paura restano svegli, non si attardano nel buio dei vizi e si preparano con un atteggiamento d'amore ad incontrare festosamente il Signore che viene.

La vita
(per continuare il lavoro nella riflessione personale)
Cerchiamo ora di interagire col testo del vangelo e chiediamoci :
- Quale parte del vangelo letto (in tutta la sua ampiezza) e commentato mi ha colpito di più e perché?
- Che cosa devo cambiare nella mia vita personale per essere in sintonia con quanto il vangelo ci comunica? Individuare almeno un punto su cui lavorare.
- Nella mia vita sociale (famiglia, lavoro, relazioni, parrocchia) c'è un contributo che io posso dare, per diffondere il vangelo o per realizzarlo, che mi è stato ispirato dal vangelo letto e meditato?
(scegliere un impegno da vivere nella settimana)

Lectio divina sul Libro di Qoelet - 4

4 Qoelet (qhlt) – Ecclesiaste

Continuano le sentenze di Qoelet che è alla ricerca del senso di ciò che capita nella vita cercando la sapienza.

2, 13Mi sono accorto che il vantaggio della sapienza sulla stoltezza è come il vantaggio della luce sulle tenebre:
14il saggio ha gli occhi in fronte,
ma lo stolto cammina nel buio.
Eppure io so che un'unica sorte è riservata a tutti e due. 15Allora ho pensato: "Anche a me toccherà la sorte dello stolto! Perché allora ho cercato d'essere saggio? Dov'è il vantaggio?". E ho concluso che anche questo è vanità. 16Infatti, né del saggio né dello stolto resterà un ricordo duraturo e nei giorni futuri tutto sarà dimenticato. Allo stesso modo muoiono il saggio e lo stolto.
17Allora presi in odio la vita, perché mi era insopportabile quello che si fa sotto il sole. Tutto infatti è vanità e un correre dietro al vento. 18Ho preso in odio ogni lavoro che con fatica ho compiuto sotto il sole, perché dovrò lasciarlo al mio successore. 19E chi sa se questi sarà saggio o stolto? Eppure potrà disporre di tutto il mio lavoro, in cui ho speso fatiche e intelligenza sotto il sole. Anche questo è vanità! 20Sono giunto al punto di disperare in cuor mio per tutta la fatica che avevo sostenuto sotto il sole, 21perché chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e un grande male.
22Infatti, quale profitto viene all'uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? 23Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità! 24Non c'è di meglio per l'uomo che mangiare e bere e godersi il frutto delle sue fatiche; mi sono accorto che anche questo viene dalle mani di Dio. 25Difatti, chi può mangiare o godere senza di lui? 26Egli concede a chi gli è gradito sapienza, scienza e gioia, mentre a chi fallisce dà la pena di raccogliere e di ammassare, per darlo poi a colui che è gradito a Dio. Ma anche questo è vanità e un correre dietro al vento!

v. 13 Dopo aver detto che la soddisfazione che è legata ad un certo tipo di esperienze saggie non ha valore, dichiara che la sapienza è superiore alla stoltezza, come il giorno alla notte. Sembrerebbe che la sapienza non abbia valore dalle affermazioni precedenti, ma invece Qoelet afferma che i valori ci sono e che la sapienza è un valore.

v. 14 La stessa sorte però toccherà ad entrambi. È questa l'assurdità la sapienza è un valore e si distingue dalla stoltezza ed il sapiente non è come lo stolto. Chi persegue i valori non ha una vita diversa e la morte attende tutti allo stesso modo.

v. 15 Se la sapienza è un valore (e lo è), ma se a me non porta nessun giovamento e soprattutto morirò come lo stolto, perché investire tanta fatica per apprendere la sapienza? Perché chi cerca la sapienza e la raggiunge non ha nessun vantaggio? La risposta verrà data più avanti.

v. 16 Perché l'autore continua a porsi il problema? Molto probabilmente perché vuole affermare che tutti sono uguali e non ci sono super eroi immortali. La questione della morte azzera tutto e tutti e soprattutto rende consapevoli che non occorre innalzarsi sugli altri o esaltarsi eccessivamente.

v. 17 E' la conseguenza naturale e la reazione umana di fronte a tutto ciò che accade. Come si fa ad amare una vita senza senso? Come si fa ad impegnarsi e lavorare sapendo che non serve a nulla?

v. 18 Qoelet odia la vita perché deve lasciarla. Tutto ciò che lui ha fatto servirà soltanto ad arricchire il suo successore. Lui scomparirà come origine di quella ricchezza ed emergerà il suo successore. Il vero assurdo della vita è la morte.

v. 19 Tutta la sua ricchezza accumulata andrà ad un altro indipendentemente dal fatto che sia sapiente o stolto.

v. 20 La conseguenza è la disperazione perché non si vede via d'uscita.

v. 21 Il grande Qoelet sembra indispettito da questa situazione. Egli continua a scoprire distanza e incoerenza tra i valori perseguiti e il reale che si muove in modo opposto. Egli è colpito dallo scandalo del dolore.

v. 22 L'autore si interroga ancora e si chiede quale profitto ne ha in tutto questo. La sua fatica, i suoi impegni tutto il suo darsi da fare a che cosa serve? Quando l'uomo scompare non ha per lui nessuna importanza quello che ha fatto e le ricchezze che ha accumulato. Però il lavoro, la fatica, l'impegno per raggiungere la sapienza sono dei valori. La cultura giudaica di fronte a queste problematiche sviscerate con realtà e intelligenza aveva soltanto poche strade da percorrere. O respingere la problematica (compreso gli scritti dei profeti che ne sono la base) come fecero i sadducei che respinsero questa visione, rimuovendo il problema della morte e affermando che era necessario soltanto impegnarsi in questa vita e basta.

v. 23 Questa situazione di lavoro nel dolore dura per tutta la vita. Il cuore nella Bibbia è la sede di tutti i sentimenti, dei pensieri e anche può indicare il male. Il cuore soffre ed è lo scandalo del dolore. Qoelet concepisce il dolore solo come una punizione per una scelta del male, mentre l'altro dolore non lo capisce. Per lui è inconcepibile che l'impegno per la sapienza debba far soffrire e che non esista un principio di retribuzione. Se uno fa il bene deve esserci un premio e se uno fa il male la punizione. Poiché tutto ciò non esiste quindi tutto è vanità ed inutile. Nella predicazione cristiana il dolore verrà riscattato: "beati coloro che soffrono".

v. 24 All'uomo non resta quindi di accontentarsi delle gioie che la vite offre, non ultimo la soddisfazione dell'operare stesso. A questo punto afferma che tutto proviene dalla mano di Dio.

vv. 25-26 Chi vive in rapporto d'amicizia con Dio da lui riceve ogni bene ed ha senso tutto ciò che vive. Chi è lontano da lui compie tutto con fatica; realizza le cose per farsi vedere dagli altri e le sue realizzazioni vanno agli altri. Questo secondo aspetto è vanità.

Lectio Divina XXXI Domenica T.O.- A

LETTURA - COMMENTO - VITA
Unità Pastorale Madonna della Salute
Goito 5 novembre 2023 – XXXI Domenica del Tempo Ordinario A

Servire nell'amore

Malachia 1, 14b-2,2b.8-10 . Salmo 130 . 1 Tessalonicesi 2, 7b-9.13 . Matteo 23, 1-12

Lettura
Continua nel tempio di Gerusalemme il confronto - scontro tra Gesù ed i capi religiosi e politici. Dopo la precisazione sul comandamento più importante di domenica scorsa, l'evangelista Matteo riporta un passo dove Gesù chiarisce il collegamento tra Messia e figlio di Davide. Nello stesso tempo egli dichiara la sua superiorità, perché "Signore". Segue il lungo brano di denuncia di Gesù contro i farisei (23, 1-39) del quale oggi leggiamo una parte.

Mt 23, 1-12
1Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli 2dicendo: "Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. 3Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. 4Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. 5Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; 6si compiacciono dei posti d'onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, 7dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati "rabbì" dalla gente.
8Ma voi non fatevi chiamare "rabbì", perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. 9E non chiamate "padre" nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. 10E non fatevi chiamare "guide", perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. 11Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; 12chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato.

Commento
Il testo si apre presentando i destinatari della prima parte del discorso di Gesù: la folla ed i suoi discepoli. A costoro, dopo aver affermato l'autorevolezza degli scribi e dei farisei in quanto continuatori del ministero di Mosè, Gesù rivolge la prima esortazione: "quanto vi dicono fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno". Seguono le motivazioni concrete che illustrano cosa significa: "dicono e non fanno". Secondo Gesù gli scribi ed i farisei impongono un legalismo oppressivo alla gente, che veramente risulta schiacciata. Tutto quanto è prescritto dai capi non è da loro assolutamente preso in considerazione: "non vogliono muoverli neppure con un dito". Infine essi sono considerati esibizionisti e bigotti, perché "tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini". Infatti i filatteri e le frange allungati, il saluto ricevuto nelle piazze ed il titolo di "rabbi" sono indici di religiosità no autentica, finalizzata al prestigio e alla ricerca di privilegi personali. Per evirate che i discepoli cadano in questi tranelli, Gesù dà loro una regola di comportamento. Essi non devono farsi chiamare "maestro" e "padre", perché solo Gesù Cristo è il loro maestro e soltanto il Padre del cielo è il loro padre autentico. Da ultimo Gesù invita i suoi a vivere il servizio vicendevole. Chi più ha responsabilità nella comunità maggiormente è chiamato a mettersi al servizio dei fratelli nelle piccole cose di ogni giorno.
Chi ha responsabilità nella comunità e chi da sempre vive in essa corre il rischio di arroccarsi in sicurezze e formalismi, che fanno perdere di vista lo scopo principale della vita comunitaria. Questo resta sempre l'incontro con Dio Padre per mezzo di Gesù Cristo. Il pericolo denunciato da Gesù si può evitare se si mettono in pratica gli insegnamenti da lui dati e se nella comunità si vive la fraternità, esercitando concretamente il servizio vicendevole nell'amore.

COLLEGAMENTO FRA LE LETTURE
L'invito a vivere con coerenza la propria fede collega le letture della domenica. La critica di Gesù ai capi religiosi del giudaismo è un invito a tutti i discepoli a non ricercare nella religiosità soltanto interessi materiali oppure comportamenti esterioristici, ma a fare di essa l'occasione per vivere l'incontro con Gesù Cristo, l'unico maestro, e per sperimentare la paternità di Dio. Anche la prima lettura è in questa linea. Il profeta si rivolge ai sacerdoti del tempio e li richiama al loro dovere fondamentale: "se non mi ascoltate e non vi prendete a cuore di dar gloria al mio nome". Essi devono poi istruire il popolo perché resti fedele all'alleanza e quindi riceva la benedizione di Dio, cioè rinnovi continuamente l'incontro con lui. La seconda lettura presenta la testimonianza di Paolo. Egli, scrivendo ai tessalonicesi, offre l'occasione per dire come deve essere il sevizio nella comunità: "siamo stati in mezzo a voi come una madre nutre ed ha cura delle proprie creature". L'amore di Paolo per i suoi fratelli, lo spinge ad essere disposto a dare la sua stessa vita per loro e per la loro crescita. È questo l'atteggiamento concreto che porta poi ad una vera coerenza di vita.

La vita
(per continuare il lavoro nella riflessione personale)
Cerchiamo ora di interagire col testo del vangelo e chiediamoci :
- Quale parte del vangelo letto (in tutta la sua ampiezza) e commentato mi ha colpito di più e perché?
- Che cosa devo cambiare nella mia vita personale per essere in sintonia con quanto il vangelo ci comunica? Individuare almeno un punto su cui lavorare.
- Nella mia vita sociale (famiglia, lavoro, relazioni, parrocchia) c'è un contributo che io posso dare, per diffondere il vangelo o per realizzarlo, che mi è stato ispirato dal vangelo letto e meditato?
(scegliere un impegno da vivere nella settimana)

Lectio divina sul Libro di Qoelet - 1

Qoelet (qhlt) – Ecclesiaste

Il nome
Il vocabolo sembra derivare dalla radice ebraica qal che vocalizzata diventa qãhãl e significa "assemblea". La traduzione greca diventa ecclesìa da cui deriva il titolo di Ecclesiate. Di che assemblea si tratta? Assemblea liturgica o assemblea civile pubblica? Il personaggio autore del testo è un componente dell'assemblea o è uno che parla all'assemblea? È un problema secondario perché a noi interessa cogliere il messaggio che l'autore vuole comunicare col testo.

Testo

1, 1Parole di Qoèlet, figlio di Davide, re a Gerusalemme.
2Vanità delle vanità, dice Qoèlet,
vanità delle vanità: tutto è vanità.
3Quale guadagno viene all'uomo
per tutta la fatica con cui si affanna sotto il sole?
4Una generazione se ne va e un'altra arriva,
ma la terra resta sempre la stessa.
5Il sole sorge, il sole tramonta
e si affretta a tornare là dove rinasce.
6Il vento va verso sud e piega verso nord.
Gira e va e sui suoi giri ritorna il vento.
7Tutti i fiumi scorrono verso il mare,
eppure il mare non è mai pieno:
al luogo dove i fiumi scorrono,
continuano a scorrere.
8Tutte le parole si esauriscono
e nessuno è in grado di esprimersi a fondo.
Non si sazia l'occhio di guardare
né l'orecchio è mai sazio di udire.
9Quel che è stato sarà
e quel che si è fatto si rifarà;
non c'è niente di nuovo sotto il sole.
10C'è forse qualcosa di cui si possa dire:
"Ecco, questa è una novità"?
Proprio questa è già avvenuta
nei secoli che ci hanno preceduto.
11Nessun ricordo resta degli antichi,
ma neppure di coloro che saranno
si conserverà memoria
presso quelli che verranno in seguito.

v.1 Il primo versetto può essere considerato il titolo di tutto il libro; questo e viene generalmente attribuito ad un discepolo che raccolse gli insegnamenti del maestro. È sicuramente uno "pseudepigrafo", cioè uno scritto realizzato da uno pseudonimo che non rivela la sua identità perché ciò che conta è l'insegnamento sapienziale che lui vuole comunicare.
"Parole" è un termine generale che vuole indicare tutti gli insegnamenti che lui darà.
"Figlio di Davide, re di Gerusalemme" il personaggio in questione è stato identificato con Salomone il re sapiente per eccellenza. L'opera è stata scritta più tardi dell'epoca salomonica, la lingua e i problemi descritti sono di epoca successiva. Tutti sapevano che non era Salomone l'autore, ma attribuire un testo ad un autore antico e riconosciuto da tutti saggio era un modo per dare autorevolezza allo scritto e per dire che conteneva gli insegnamenti che provenivano da lui.

v.2 La parola "vanità" è il termine più amato da Qoelet e significa soffio, nebbia leggera che svanisce velocemente e non lascia segno, qualcosa che fugge. L'espressione assume anche il senso di "assurdità" in quanto si crea una situazione che l'individuo non sa orientarsi. Vanità delle vanità, cioè vanità immensa.

v.3 Quale guadagno esiste ad essere uomini? Che utilità esiste ad essere uomini? Le espressioni 'fatica ed affanno' indicano il lavoro nel suo complesso con tutta la fatica che comporta durante il giorno 'sotto il sole', infatti di notte non si lavorava.

Nei versetti 2-3 l'autore il tema di tutta l'opera: c'è qualcosa di bene per l'uomo nella vita? Quale utilità c'è per l'uomo nella vita?

v.4 La storia è fatta dal succedersi di tante generazioni, sempre nuove, ma in mezzo al mutare degli eventi, la terra con i suoi abitanti e le loro vicende sono sempre immobili. Tutto sulla terra si muove ma essa non cambia mai; le generazioni passano ma la storia resta sempre la stessa.

v.5 Come è immobile la terra così è immobile il ciclo del sole.

vv. 6-7 Esempi di immobilità e di staticità.

v. 8 La Parola è limitata così come lo è la vista e l'udito

v. 9 C'è un ritmo di vita immutabile che si sussegue nel tempo senza novità.

v. 10 Non c'è nulla di nuovo e tutto si ripete

v. 11 Anche delle persone non ci sarà nessun ricordo.

In questi versetti l'autore esprime alcuni capisaldi del suo pensiero. Ciò che si muove è come se fosse fermo perché non uscirà mai dall'ordine impresso dalla natura. Pertanto tutto ciò che l'uomo compie sarà sempre dentro i limiti dell'umano. Tutto ciò che c'è è sempre stato e sempre sarà. La conoscenza per Qoelet è sempre frutto di esperienza (cfr. 2,3) e l'esperienza è sempre limitata. Però egli non è pessimista perché l'uomo nella natura è in grado di conoscerne le leggi ed è consapevole di conoscerne solo una parte.

Per noi:
- Invito ad essere consapevoli dei nostri limiti e non considerarci onnipotenti.
- Il creato la natura va rispettata e non stravolta.
- È opportuno esercitare sempre la coscienza critica su noi stessi e le nostre attività chiedendoci se è utile per noi e per l'umanità ciò che facciamo

Lectio divina sul Libro di Qoelet - 2

2 Qoelet (qhlt) – Ecclesiaste

1, 12Io, Qoèlet, fui re d'Israele a Gerusalemme. 13Mi sono proposto di ricercare ed esplorare con saggezza tutto ciò che si fa (è stato fatto) sotto il cielo. Questa è un'occupazione gravosa (brutta) che Dio ha dato agli uomini, perché vi si affatichino. 14Ho visto tutte le opere che si fanno sotto il sole, ed ecco: tutto è vanità e un correre dietro al vento.
15Ciò che è storto non si può raddrizzare
e quel che manca non si può contare.

16Pensavo e dicevo fra me: "Ecco, io sono cresciuto e avanzato in sapienza più di quanti regnarono prima di me a Gerusalemme. La mia mente ha curato molto la sapienza e la scienza". 17Ho deciso allora di conoscere la sapienza e la scienza, come anche la stoltezza e la follia, e ho capito che anche questo è un correre dietro al vento. 18Infatti:
molta sapienza, molto affanno;
chi accresce il sapere aumenta il dolore.

v. 12 Qoelet, che si definisce re d'Israele (è stato e lo è ancora?) e la tradizione lo ha identificato con Salomone, parla con la saggezza che gli deriva dall'aver già percorso il cammino dell'esperienza, senza la quale, per lui, non c'è alcuna conoscenza. "Fui re" nel senso non dopo la vita, ma dopo l'esperienza fatta.

v. 13 Qoelet insiste che egli ha indagato sul reale in modo personale con la sapienza-saggezza. Questo atteggiamento di Qoelet rivela il legame dell'autore con la mentalità greca di ricerca e di studio della realtà. Che cosa è la sapienza? È una facoltà umana attraverso la quale si compie un'indagine, una ricerca di qualsiasi tipo. Essa sembra anche indicare tutte le facoltà umane intellettive che corrispondono alla nostra "ragione", ma con un'area semantica più grande perché include anche la capacità di destreggiarsi nella vita e fare le scelte giuste (discernimento?). Egli quindi si è interessato di tutto ciò che avviene sotto il cielo. "Ciò che è stato fatto" rimanda a Dio creatore.
"E' una occupazione gravosa (brutta)" ricercare perché (cfr. v.17) la presa di coscienza del reale non serve ad aumentare la gioia, ma il dolore. La facoltà di conoscere è attribuita a Dio. Quindi Dio ha creato l'uomo e la donna "per conoscere", ma questo non è una gioia ma un dolore. Qui emerge subito un primo elemento dell'idea di Dio di Qoelet: è il creatore. Egli dona la sapienza perché le persone se ne occupino (gravosa?) con la ricerca. Tutta l'opera dell'uomo si esercita su ciò che Dio ha creato, perché l'uomo deve curarsene per tutta la vita. L'opera dell'uomo si esercita sull'opera di Dio e la presuppone. Dio e l'uomo sono all'opera nel mondo. La loro attività si incrociano, si incontrano e si scontrano. Spesso Qoelet ritorna su questo tema.

v. 14 La ricerca di Qoelet e la sua esperienza lo portano a concludere che tutto è vanità e tutto è un lavoro senza senso.

v. 15 Vengono ora elencati degli elementi che in natura si trovano storti e che l'uomo non può raddrizzare o delle carenze che non si possono colmare. Le leggi della natura sono immodificabili anche se per l'uomo sono gravi da sopportare. "Non si può contare" nel senso che non tutto ciò che esiste può essere sperimentato e conosciuto. Di conseguenza la possibilità di sperimentare ha un limite e quindi anche la conoscenza è limitata.

v. 16-18 L'autore esterna delle sue riflessioni elaborate. Inizia constatando che il suo impegno l'ha reso superiore ai suoi predecessori e la sua mente ha guadagnato in sapienza e scienza. Era l'obiettivo del saggio conoscere tutti gli aspetti della realtà. Questa era la sapienza tradizionale che includeva anche la scienza cioè ricercare l'opera di Dio nella creazione per raggiungere la sapienza. Egli però vuole andare oltre e sperimentare ed indagare anche ciò che era considerato pericoloso e cioè stolto e folle. Che cosa era stolto e folle? Acquistare case, vigne, ville, giardini, servi e serve, tutto ciò che era desiderabile e non rinunciare a nulla. Infatti "chi è veloce a diventare ricco non sarà senza colpa" dice Proverbi 28,20. Tutto questo esercizio è molto stressante e al limite delle capacità umane. Il saggio cerca di mettere distanza dalla sapienza e dalla stoltezza ma anche questo è vanità. La tensione degli opposti tenuti insieme, senza rifiutare l'uno o l'altro è un lavoro pesante e inutile. La conclusione però sembra amara in quanto il risultato della sua ricerca l'ha portato a concludere che sperimentare e ricercare è una occupazione assurda. Infatti "dove c'è molta sapienza c'è molta tristezza (affanno) e aumentando la scienza si aumenta il dolore". Il pensiero comune ritiene che aumentando l'impegno e lo sforzo di conoscere ci sia un guadagno. Invece diminuisce la gioia anche spiritualmente e questo è assurdo. Qui resta non chiarito in che cosa consista il dolore. Esso probabilmente è da identificarsi nella conseguenza immediata della presa di coscienza del reale che si rivela assurdo e vano: tanto più l'uomo è sapiente, e più sa che il mondo è cosa vana, senza nessuna utilità o guadagno possibile per l'uomo. È la sofferenza che deriva dal tenere insieme le cose, dal fallimento di questa operazione e dalla inutilità di tutto questo.

- Ritorna l'affermazione che la conoscenza vera arriva dopo l'esperienza
- Tutto ciò che esiste rimanda a Dio e l'uomo deve scoprire le sue leggi
- Il lavoro è impegnativo, stressante e a volte senza risultati
- Non si raggiunge nessun obiettivo senza impegno e dolore

La vita
Cerchiamo ora di interagire col testo biblico e chiediamoci:
- Quale parte del vangelo letto e commentato mi ha colpito di più e perché?
- Che cosa devo cambiare nella mia vita personale per essere in sintonia con l'insegnamento di Gesù?
- Nella mia vita sociale (famiglia, lavoro, relazioni, parrocchia) c'è qualcosa di urgente a cui io posso contribuire per un miglioramento evangelico della realtà?

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