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Don Fausto Gavioli

don fausto


Veglia di preghiera per la morte di don Fausto Gavioli

Solarolo, 15 maggio 2022

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi (1,24-29)

Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa.
Di essa sono diventato ministro, secondo la missione affidatami da Dio presso di voi di realizzare la sua parola, cioè il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi, ai quali Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo ai pagani, cioè Cristo in voi, speranza della gloria.
È lui infatti che noi annunziamo, ammonendo e istruendo ogni uomo con ogni sapienza, per rendere ciascuno perfetto in Cristo.
Per questo mi affatico e lotto, con la forza che viene da lui e che agisce in me con potenza.

«Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo».
Completare e mancare sono due verbi che rimandano a una qualche necessità di tipo estetico o funzionale: non sta bene, manca qualcosa, ce lo metto e adesso sì che è bello; senza quel pezzo lì non può funzionare, lo inserisco e adesso è tutto ok, va che è una meraviglia.
Ebbene, alle sofferenze e al sacrificio di Cristo non manca proprio nulla, non necessita di alcun completamento: è pieno, perfetto, efficace, portatore di salvezza per l'intera umanità.
E allora quel "completare", non va inteso in senso estetico o funzionale, ma diventa sinonimo di compartecipare, di prendere parte, di condividere.
E di questo sì che Cristo ha bisogno: che la sua Pasqua (che è passione, croce, morte e risurrezione) non rimanga qualcosa di esterno ed estraneo rispetto all'esistenza degli uomini, che non rappresenti un fattore ulteriore o opzionale, ma che diventi parte della nostra vita, parte della nostra carne.

Dunque Cristo ha bisogno. Ha bisogno di uomini e di preti come don Fausto. Perché la condivisione fondamentale che lui ci chiede non si pone tanto sotto il segno dell'efficienza, quanto della sofferenza. Del sacrificio, della dedizione e della sofferenza.
E potremmo fermarci qui. Perché già questo è rivoluzionario, sia in rapporto a come tutti noi intendiamo la vita, sia per come purtroppo talvolta anche noi preti intendiamo il ministero o per come le nostre comunità parrocchiali quasi lo "pretendono". La sofferenza viene ben prima e vale molto più che l'efficienza.

Non si tratta infatti di un dolore fine a se stesso, di un patimento unicamente distruttivo (o auto distruttivo), ma di un'offerta, di un servizio, di un ministero a favore degli altri, della Chiesa e del mondo: "sopporto per voi", "a favore della Chiesa", "mi è stato affidato presso di voi". Le parole di Paolo non potrebbero essere più chiare.

«È lui che noi annunziamo, ammonendo e istruendo ogni uomo». Annunziare, ammonire, istruire. Se non stessimo vivendo un momento così triste, apparirebbe quasi ironico. Tre azioni che hanno a che fare con la dimensione verbale (annunciare, ammonire, istruire) e proprio don Fausto faceva una fatica terribile a parlare, a respirare, a emettere un flusso vocale a volume sufficiente alto. Ma era proprio da questo che passava il suo annuncio. Anzi, era proprio questo il suo annuncio.
Ben prima e ben più del contenuto, ben prima e ben più di quanto effettivamente dicesse. La cosa bella e fondamentale è che volesse usare fino all'ultimo respiro, fino all'ultimo alito di fiato, fino all'ultima nota di voce per proclamare il Vangelo e, quando era necessario, per rivolgere all'assemblea la sua riflessione nell'omelia. E questo non era solo commuovente, non era solo un'emozione che stringeva il cuore: questo era ed è vero annuncio, era ed è vera rivelazione.
Il poco che ho e che rappresenta il tutto che ho, il tutto che mi rimane, lo metto a disposizione di Cristo e del suo Vangelo, lo getto nel mio ministero.

"Per questo mi affatico e lotto", scrive ancora l'apostolo. Una fatica e una lotta pienamente condivise anche da don Fausto, non solo però contro la malattia e i problemi di salute che lo tormentavano sommandosi uno all'altro. Ma una fatica e una lotta vissute anzitutto per portare avanti sempre e comunque il suo servizio e il suo ministero.
Siete mai stati a San Nicolo Po? Forse stasera sono presenti anche alcuni membri di quella comunità. Ebbene, la scorsa estate mi capitava di passarci spesso durante i miei giri in bicicletta lungo il Po e il mio pensiero non poteva non andare a don Fausto. È un luogo tranquillo e pittoresco, abitato da una comunità senza dubbio disponibile, calda e accogliente, ma di certo non il posto più agevole per fare il parroco, soprattutto dopo il gravissimo incidente che lo aveva pesantemente segnato nel corpo e non solo.
Lontano dai centri principali, piuttosto isolato, con la chiesa fuori dal paese e con la facciata orientata contro l'argine del fiume. Eppure, non solo don Fausto vi ha abitato per parecchi anni, ma vi ha fatto il parroco al cento per cento, senza tirarsi indietro, senza rinunciare a nulla. Industriandosi con l'auto e con la carrozzina per andare ovunque e, ancor di più, per arrivare a tutti. Nessuno escluso.

E tutto questo, nel ministero come nella sofferenza, nell'annuncio come nella malattia, nella fatica come nel servizio, tutto questo, come scrive ancora san Paolo, solo grazie «alla forza che viene da lui e che agisce in me con potenza». Tutto questo solo grazie alla forza di Cristo.

                                                 Don Fausto 3                                                    Don Fausto 4



Ricordo del presbitero mantovano don Fausto Gavioli

+ Marco Busca vescovo

Rispose Gesù a Pietro: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi» (Gv 21,17-18).
Con queste parole Gesù annuncia a Pietro il futuro che lo attende, ma, più in generale, sta descrivendo la parabola della vita umana. La giovinezza è la stagione primaverile, ricca di energie e di
promesse, di spazi aperti e di corse veloci; poi viene l'autunno con il declino delle forze, il ridimensionamento degli spazi e dei progetti.
Il passaggio dall'attività a una crescente passività rappresenta, per certi versi, un'esperienza di "morte anticipata". Limiti inevitabili sopraggiungono negli ultimi anni della vita di molte persone:
diminuisce il potenziale della salute, della memoria, del lavoro, delle relazioni e tutto ciò rappresenta una dura prova per noi che siamo fatti per agire, realizzare progetti, muoverci in libertà. L'infermità rende impotenti a compiere diverse azioni, mentre, giorno dopo giorno, cresce l'esperienza di dover dipendere dall'agire altrui. Imparare a rinunciare all'autonomia e acconsentire ad essere serviti da altre persone è tutt'altro che scontato. È richiesta una lotta, prima di arrivare all'accettazione di tendere le mani e lasciarsi portare, specie per quelle passività che assumono forme umilianti.
Eppure le parole di Gesù a Pietro aprono una prospettiva accettabile e persino positiva: la vita è un misto di attività e di passività, di cose decise e di cose subite e accettate. Dio opera in ogni esperienza della vita e in tutte apre una strada di fecondità. La sfida consiste nel trasformare i limiti imposti in un'occasione di maggiore comunione con Dio e con l'universo umano e cosmico. Esiste una passività virtuosa e feconda, non immediata, che bisogna intercettare e abbracciare.
L'abbiamo vista in don Fausto. L'esperienza dei limiti fisici – con tutte le conseguenze relazionali e pastorali – è sopraggiunta presto nella sua vita. Non è entrato nella trappola di pensare in retrospettiva, ripiegandosi nella nostalgia di un passato trascorso nella salute e nell'attività, ha accettato la sfida della fede e della fantasia per immaginare un ministero sacerdotale sostenibile dentro le nuove condizioni di vita. Questa fortezza d'animo è fedeltà alla missione ricevuta dal Signore, che per un prete anziano o malato si trasforma ma non viene mai meno; si è in missione fino all'ultimo respiro!
Una fortezza d'animo che è anche fedeltà a sé stessi, a quell'anelito profondo di vivere in pienezza che reagisce alla tentazione di sopravvivere in totale passività. Quando si è nelle prove, la risorsa della fede è in grado di aprire una strada nell'impossibile. La partita della fede si gioca su due parole: resistenza e resa. Più ci si arrende, nell'accettazione attiva delle vicende della vita attraverso l'abbandono fiducioso nelle mani del Padre, e più si resiste al rischio di lasciarsi andare, maledire la vita, rassegnarsi, disperarsi, ridurre al minimo il perimetro degli interessi, diventare apatici, isolarsi.
Nelle parole di Gesù a Pietro si intravvede come i limiti che dovrà sperimentare nella sua carne non gli impediranno di pascere il gregge affidato alle sue cure. Don Fausto, da uomo pensoso e profondo qual era, coltivava una coscienza chiara della sua missione sacerdotale sempre attiva, in ogni circostanza, seppure in forme differenti, magari meno appariscenti ma non meno intense. La prima volta che lo incontrai, nella canonica di Solarolo, mi raccontò con dovizia di particolari come era organizzata la sua giornata tra preghiera, lettura di libri, incontri con alcune persone che lo cercavano per dialogare o confessarsi, spostamenti in carrozzina o in macchina. Era più preoccupato di raccontarmi e convincermi di quello che poteva fare, piuttosto che dilungarsi sugli aspetti invalidanti della malattia.
Quando alcuni anni fa andai a visitarlo durante un ricovero a Negrar, mi aprì il cuore rispetto a una intuizione missionaria che gli venne all'inizio della sua "carriera" di prete ammalato. Potremmo
chiamarla una sorta di "vocazione nella vocazione", un suo carisma personale che avrebbe contrassegnato da lì in avanti il suo ministero sacerdotale. Il dono pastorale che il Signore gli consegnava era di "pregare nell'offerta per i malati che sono senza fede nelle prove. Io faccio mediazione per loro. È un'esperienza veramente grande che aiuta a maturare personalmente". Riesco a citare fedelmente queste parole di don Fausto che mi avevano impressionato e che appuntai, insieme a un altro particolare della sua testimonianza. Malato tra i malati, diceva di avere un'arma a suo vantaggio che si mostrò particolarmente efficace specie con i papà dei ragazzi colpiti da malattia. Cercava di instaurare con loro un rapporto alla pari in modo da raccoglierne gli sfoghi. Quando i tempi sembravano maturi, almeno per alcuni, li invitava a proseguire la chiacchierata in cappella e a pregare perché il Signore li aiutasse a trovare insieme qualche barlume di risposta ai tanti "perché".
Quando proposi a don Fausto di accettare l'ufficio di canonico della cattedrale reagì con grata sorpresa. Vi scorgeva il "dito" del Signore che lo chiamava ancora una volta alla missione e a cui voleva rispondere mettendo volentieri a disposizione della Chiesa mantovana tutte le sue risorse di intercessione e di offerta. Venne istituito canonico nella Solennità dell'Incoronata nell'anno 2019. Nell'omelia dissi che don Fausto rappresenta quella schiera di sacerdoti che conoscono bene il viaggio del dolore, della Via crucis. Su quella strada li attendeva un appuntamento singolare con lo Spirito Consolatore che li ha resi "paracliti" per consolare i fratelli tribolati con la stessa consolazione con cui sono stati consolati loro stessi da Dio.
Nell'ultimo periodo il corpo di don Fausto assomigliava sempre più alla fragile tenda che va disfacendosi, di cui parla san Paolo. Il lungo cammino nella tenda precaria del suo corpo infermo lo ha
fatto sospirare come sotto un peso, ma in lui non è mai venuta meno la speranza nella promessa di Dio: quando ciò che è mortale verrà assorbito dalla vita da Dio riceveremo un'abitazione, una dimora non costruita da mani d'uomo, eterna, nei cieli (cf 2Cor 5,1-2).
La morte è l'estremo Sì che il cristiano dice al Signore. La massima passività – subire la morte – diventa l'opportunità per esercitare la massima attività: restituire la vita al Padre che ce l'ha donata.
Il nostro caro don Fausto ha compiuto il suo ultimo passo dal provvisorio al definitivo, dal tempo all'eternità. Affidiamo alla terra le sue spoglie mortali sapendo che, quando il Signore verrà nella
sua gloria, riprenderà questo corpo terreno per cambiarlo in bellezza eterna. Pensiamo già don Fausto nella pienezza di vita del Regno, dove tutto da Dio si riceve e tutto a Dio si restituisce in lode e adorazione.
La sua testimonianza ci ricordi la sapienza di restare vivi sempre, anche in mezzo a molti limiti, vivi nell'offerta di noi stessi che è l'azione più nobile che esiste, l'unica che rimane per l'eternità. A noi ministri della Chiesa, don Fausto ricorda che si è preti sempre dedicati all'altare: l'altare eucaristico e i tanti altari esistenziali che la vita e il ministero ci riservano, compreso l'altare della sofferenza. Questo è il culto della nuova alleanza, conforme a quello offerto dal Figlio di Dio nei giorni della sua carne: "Vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale" (Rm 12,1).


              Don Fausto 1                Don Fausto 2

Lectio divina V domenica di Pasqua - C

LETTURA - COMMENTO - VITA
Unità Pastorale Madonna della Salute
Goito 15 maggio 2022, V Domenica di Pasqua - Anno C

L'amore fa presente il Signore
Atti 14, 21b-27 . Salmo 144 . Apocalisse 21, 1-5° . Giovanni 13, 31-33a.34-35

Lettura
Il brano di questa domenica è collocato nella seconda parte del vangelo di Giovanni chiamata "Libro della gloria". Qui è presentata la glorificazione di Gesù. Essa consiste nel compimento dell'"ora" della passione, crocifissione, risurrezione e ascensione. In questo modo Gesù è innalzato al Padre, per godere nuovamente della gloria che aveva con lui prima della creazione del mondo. È emblematico al riguardo l'inizio del libro: "Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine" (Gv 13,1). A questo punto Gesù ha ormai compiuto il gesto significativo della lavanda dei piedi e lo ha interpretato. Giuda, seduto a cena con loro e sedotto dal diavolo, ha già progettato il tradimento. Qui si inserisce la nostra breve pericope.

Gv 13,31-33a-34-35
31Quando fu uscito, Gesù disse: "Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. 32Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. 33Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire. 34Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. 35Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri".

Commento
Le parole di Gesù sono introdotte da una nota sull'uscita di Giuda dal cenacolo. Egli, con la decisione di tradire il maestro, si colloca fuori dall'orizzonte d'amore di Gesù Cristo e si allontana anche dalla comunità radunata attorno al Signore nel cenacolo. L'ultimo discorso si apre con la proclamazione della glorificazione del Figlio dell'uomo. Il titolo "Figlio dell'uomo", è per Giovanni sinonimo di Figlio di Dio. Per cui, in un movimento circolare, tutto quello che riguarda il Figlio coinvolge anche il Padre e viceversa. Di conseguenza la morte del Figlio diviene la glorificazione di Dio, perché in essa il Figlio compie per amore il comandamento del Padre. Dio a sua volta glorifica subito il Figlio, attraverso la risurrezione. Il tema della gloria si riferisce al dispiegarsi del disegno di amore di Dio sul doppio versante della morte e della risurrezione del Figlio. Il Padre chiede al Figlio il dono della vita come gesto di obbedienza e di amore. In questo modo Gesù, accogliendo la difficile e dolorosa richiesta di comunione, glorifica Dio Padre. Dio, per mezzo della risurrezione, dona a sua volta la vita al Figlio e lo glorifica svelando il significato vero della morte. Gesù annuncia poi ai discepoli che sarà ancora con loro per poco tempo. Dopo un periodo in cui i suoi non potranno incontrarlo fisicamente, senza però essere assente, egli ed il Padre torneranno da loro. Nel frattempo, cioè nella vita in questo mondo, Gesù lascia un comandamento da osservare: "che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi". Il comandamento è detto anche nuovo, però non è da intendersi come sintesi del doppio comando di amare Dio ed il prossimo già presente nella tradizione ebraica. Esso è nuovo perché scaturisce dalla nuova alleanza stipulata da Gesù e perché in lui trova la misura ed il metodo: "come io vi ho amato". Il discepolo è invitato ad amare fino a dare la vita anche per persone che non sono di fatto amabili.

Ogni peccato grave, commesso volutamente e coscientemente dai discepoli, colloca fuori dall'amore di Gesù Cristo ed esclude dalle dinamiche vitali della comunità ecclesiale. Soltanto la glorificazione del Figlio di Dio, avvenuta attraverso la pasqua, rimette in movimento nei discepoli peccatori la speranza di partecipare pienamente alla salvezza. Nel frattempo, cioè nella vita storica, essi sono invitati ad amarsi come ha amato Gesù. Questo modo di volersi bene tra cristiani, inserisce il credente nella dinamica d'amore della Trinità, diventa segno credibile che si è discepoli del Figlio dell'uomo, si pone come sfida per il mondo e continua a rendere presente nella storia il Signore Gesù.

COLLEGAMENTO FRA LE LETTURE
I discepoli che vivono l'amore reciproco sull'esempio di Gesù, sono portatori della novità introdotta nella storia e nel mondo dal Risorto. In questo modo si realizzano gradualmente il nuovo cielo e la nuova terra ed anche "la città santa, la nuova Gerusalemme", contemplati in visione da Giovanni e presentati nell'Apocalisse. É il comandamento nuovo, accolto dai cristiani, che da forma alla "dimora di Dio con gli uomini", rende popolo di Dio e permette a lui di fare "nuove tutte le cose". L'opera degli apostoli nei confronti delle comunità dell'Asia, descritta da Atti, è un'azione di Dio verso la realizzazione della Gerusalemme nuova. Gli apostoli del Risorto fondano comunità anche tra i pagani, perché l'appartenenza al nuovo popolo non è più per discendenza quanto piuttosto per accoglienza sincera del comandamento di Gesù. Questo però richiede ai discepoli saldezza nella fede, perseveranza nell'attraversare le tribolazioni inevitabili, comunione sincera ed appassionata con gli anziani posti a presiedere le loro comunità.

La vita
(per continuare il lavoro nella riflessione personale)
Cerchiamo ora di interagire col testo del vangelo e chiediamoci:
- Quale parte del vangelo letto (in tutta la sua ampiezza) e commentato mi ha colpito di più e perché?
- Che cosa devo cambiare nella mia vita personale per essere in sintonia con quanto il vangelo ci comunica? Individuare almeno un punto su cui lavorare.
- Nella mia vita sociale (famiglia, lavoro, relazioni, parrocchia) c'è un contributo che io posso dare, per diffondere il vangelo o per realizzarlo, che mi è stato ispirato dal vangelo letto e meditato?
(scegliere un impegno da vivere nella settimana)

Lectio divina IV domenica di Pasqua - C

LETTURA - COMMENTO - VITA
Unità Pastorale Madonna della Salute
Goito 8 maggio 2022, IV Domenica di Pasqua - Anno C

Il Padre e Gesù custodiscono il gregge
Atti 13, 14.43-52 . Salmo 99 . Apocalisse 7, 9.14b-17 . Giovanni 10, 27-30

Lettura
Nella quarta domenica di pasqua tradizionalmente campeggia la figura di Gesù Cristo pastore buono delle pecore. Nel vangelo di Giovanni l'immagine ricorre due volte nello stesso capitolo, però con contesti diversi. In Gv 10, 1-21 Gesù, dopo aver partecipato a Gerusalemme alla festa dei Tabernacoli, dialogando con i suoi avversari, si presenta ovile e pastore delle pecore. L'icona di Gesù pastore buono ritorna anche in Gv 10, 26-30. Qui Gesù è a Gerusalemme nel Tempio, in occasione della festa annuale della dedicazione. La festa, chiamata in ebraico hanukkàh, ricorre in inverno e ricorda la vittoria dei Maccabei e la riconsacrazione dell'altare e del Tempio che erano stati profanati dai dominatori stranieri. In quella occasione, mentre Gesù passeggiava sotto il portico di Salomone, sorse un dibattito con i giudei che volevano da lui una chiarificazione sulla sua identità: "se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente". Nella risposta data egli riprende la figura del pastore, precedentemente illustrata, e che ora approfondiremo nel suo contenuto.

Gv 10, 27-30
22Ricorreva allora a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno. 23Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone. 24Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: "Fino a quando ci terrai nell'incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente". 25Gesù rispose loro: "Ve l'ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. 26Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. 27Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 28Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. 29Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. 30Io e il Padre siamo una cosa sola".

Commento
Abbiamo riportato il passo evangelico dal v. 22, mentre il testo liturgico inizia dal v. 27. Occorre sottolineare il v.26 che risulta di notevole importanza per cogliere le ragioni delle parole di Gesù ed il loro significato: "ma voi non credete, perché non fate parte delle mie pecore". Gesù sottolinea che i suoi interlocutori non hanno alcun rapporto con lui e quindi la fede è assente in loro. Essi infatti non avevano riconosciuto in lui il pastore, con tutte le implicanze messianiche che ciò comportava, per questo non ascoltavano la sua voce. Le pecore vere invece ascoltano la voce di Gesù, costruiscono con lui una relazione interpersonale di conoscenza significativa e seguono decisamente il pastore. È evidente che qui il gregge sta per la comunità di Gesù, la comunità dei suoi discepoli che dopo la sua morte e resurrezione si sviluppò nella prima comunità cristiana. Per i componenti della comunità, Gesù ha dato la sua vita e con tale dono li rende partecipi della vita eterna, della vita trinitaria, fin dall'ora presente. Poiché egli è il pastore buono e non un mercenario, vigilerà affinché le pecore non vadano perdute e nessuno possa strapparle dalla sua mano. A questo punto il discorso di Gesù si collega al Padre. Egli "è più grande di tutti", quindi anche di Gesù stesso, ed è stato lui a consegnare al Figlio il gregge. Nessuno quindi potrà rapire le pecore dalla mano del Padre, perché il suo amore copre i credenti come scudo di protezione. Il ministero di Gesù diventa espressione dell'interesse e dell'amore del Padre verso la comunità cristiana. Il brano si chiude con l'affermazione solenne: "Io e il Padre siamo una cosa sola".

Le parole di Gesù chiariscono che la fede del cristiano consiste nel creare un intenso rapporto interpersonale con lui, ascoltando le sue parole e seguendolo decisamente. Egli delinea anche il suo rapporto col Padre. La profonda unità esistente tra il Padre e Gesù è all'origine del suo ministero, è la fonte della vita trinitaria concessa ai credenti ed è la forza che impedisce di essere strappati al Padre a al Figlio.

COLLEGAMENTO FRA LE LETTURE
Il tema che percorre le tre letture è la pastoralità che scaturisce dalla risurrezione del Signore. Esso assume due aspetti. Il primo è la figura del pastore. Negli Atti Paolo e Barnaba sono gli annunciatori posti come luce delle genti, per portare la salvezza agli estremi confini del mondo. Nell'Apocalisse l'Agnello pastore è capace di guidare alle fonti dell'acqua della vita, perché è stato immolato. Gesù, nel vangelo, è presentato buon pastore perché custodisce le pecore che il Padre gli ha dato. Il secondo aspetto è la vita eterna come frutto di ogni pastoralità compiuta. Gesù dona la vita eterna alle pecore che ascoltano la sua voce e lo seguono, perché già donate a lui dal Padre. Destinati alla vita eterna, dice Atti, sono coloro che attraverso il ministero degli evangelizzatori, si aprono alla parola di Dio e abbracciano la fede. La vita eterna, nella sua dimensione escatologica, è già vissuta concretamente nella storia attraverso il passaggio faticoso per la grande tribolazione, lavando le vesti nel sangue dell'Agnello. Questa fedeltà del credente permette di essere inserito nel dialogo tra le persone divine.

La vita
(per continuare il lavoro nella riflessione personale)
Cerchiamo ora di interagire col testo del vangelo e chiediamoci :
- Quale parte del vangelo letto (in tutta la sua ampiezza) e commentato mi ha colpito di più e perché?
- Che cosa devo cambiare nella mia vita personale per essere in sintonia con quanto il vangelo ci comunica? Individuare almeno un punto su cui lavorare.
- Nella mia vita sociale (famiglia, lavoro, relazioni, parrocchia) c'è un contributo che io posso dare, per diffondere il vangelo o per realizzarlo, che mi è stato ispirato dal vangelo letto e meditato?
(scegliere un impegno da vivere nella settimana)

Lectio divina III domenica di Pasqua - C

LETTURA - COMMENTO - VITA
Unità Pastorale Madonna della Salute
Goito 1 maggio 2022, III Domenica di Pasqua - Anno C

L'amore obbediente feconda la missione
Atti 5, 27b-32.40b-41 . Salmo 29 . Apocalisse 5, 11-14 . Giovanni 21, 1-19

Lettura
Il capitolo ventunesimo di Giovanni è sempre stato particolarmente studiato dagli esegeti a causa delle anomalie presentate, rispetto a tutta la narrazione nel suo insieme. Dopo la conclusione di Gv 20,30-31, il racconto riprende nuovamente. Le prime apparizioni del Risorto si ebbero a Gerusalemme (Gv 20) mentre Gv 21 presenta delle vicende che portano in Galilea, sulla riva del lago. Quando i discepoli tornarono lì? Perché vi giunsero? Molti problemi restano aperti al riguardo. Al termine del capitolo ritorna una nuova chiusura generale dell'opera. Gv 21 si suddivide in due parti principali con una conclusione (21,24-25). Nella prima parte (21,1-14) è descritta una apparizione di Gesù collegata ad una pesca miracolosa. Nella seconda parte (21,15-23) abbiamo delle parole di Gesù riguardanti Pietro e Giovanni. La liturgia propone la prima parte e della seconda il passo riferito a Pietro.

Gv 21, 1-19
1Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: 2si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. 3Disse loro Simon Pietro: "Io vado a pescare". Gli dissero: "Veniamo anche noi con te". Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla. 4Quando già era l'alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. 5Gesù disse loro: "Figlioli, non avete nulla da mangiare?". Gli risposero: "No". 6Allora egli disse loro: "Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete". La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. 7Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: "È il Signore!". Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. 8Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri. 9Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. 10Disse loro Gesù: "Portate un po' del pesce che avete preso ora". 11Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. 12Gesù disse loro: "Venite a mangiare". E nessuno dei discepoli osava domandargli: "Chi sei?", perché sapevano bene che era il Signore. 13Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. 14Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti. 15Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: "Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?". Gli rispose: "Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene". Gli disse: "Pasci i miei agnelli". 16Gli disse di nuovo, per la seconda volta: "Simone, figlio di Giovanni, mi ami?". Gli rispose: "Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene". Gli disse: "Pascola le mie pecore". 17Gli disse per la terza volta: "Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?". Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: "Mi vuoi bene?", e gli disse: "Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene". Gli rispose Gesù: "Pasci le mie pecore. 18In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi". 19Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: "Seguimi".

Commento
Il racconto inizia presentando Gesù che sul lago di Tiberiade si manifestò ad alcuni discepoli. Costoro uscirono a pescare con Pietro, "ma in quella notte non presero nulla". Essi vissero un'esperienza poco incisiva e per nulla feconda: le reti infatti vennero recuperate vuote. All'alba si presentò Gesù sulla riva, ma non fu riconosciuto dai discepoli. Allora prese lui l'iniziativa di dialogare con loro, chiedendo qualcosa da mangiare. La risposta di Pietro e dei suoi compagni fu negativa; non avevano nulla da offrirgli. Forse in quel momento essi non solo avevano le reti vuote, ma erano anche senza speranza in quanto tutti i loro interessi erano soffocati dai piccoli problemi esistenziali. Furono ancora una volta le parole di Gesù a cambiare radicalmente la loro situazione. Anche se avevano concluso con un insuccesso la pesca, Gesù li invitò a gettare nuovamente le reti. Questa volta la pesca fu sovrabbondante al punto da non riuscire a tirar su la rete "per la grande quantità di pesci". La vita, il proprio servizio sociale ed ecclesiale diventano fecondi quando si realizzano non secondo i propri progetti ma in obbedienza fedele ai comandi del Signore. Solo dentro a questa logica si riesce a cogliere l'amore che Gesù ha per ogni discepolo e l'esperienza vissuta da Giovanni diventa di tutti coloro che lo seguono. La percezione dell'amore di Gesù per noi e l'esperienza che di esso si fa, portano inevitabilmente a comunicarlo agli altri, perché anch'essi incontrino il Signore: "il discepolo che Gesù amava disse a Pietro: È il Signore" e lui andò subito dal maestro. Scesi dalla barca, i discepoli vissero un'esperienza insolita: furono invitati da Gesù a consumare un pasto a base di pane e pesce arrostito. Con questo gesto Gesù insegna ai suoi che egli continua a donarsi nel segno dell'eucarestia e attraverso di essa la sua missione si prolunga nella storia. Alla missione di Gesù anche i discepoli partecipano nella misura in cui vivono seguendo le sue parole e portano a lui i risultati positivi delle loro fatiche apostoliche ottenuti nel suo nome: "Portate un po' del pesce che avete preso ora". Infine Pietro fu coinvolto profondamente da Gesù con una domanda fondamentale: "Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?". Egli rispose affermativamente, ma la domanda idealmente vuole raggiungere ogni cristiano. Dalla risposta data dipende la missione per il regno del discepolo la quale va associata sempre alla croce da portare ogni giorno. Dopo la resurrezione la relazione tra Gesù ed i suoi, si gioca in un rapporto d'amore autentico. Questo si pone alla base della chiamata e della risposta generosa da dare al Signore, ma diventa anche la condizione indispensabile per incontrare il Risorto nei segni che lui ha lasciato per noi.

La missione della Chiesa, fondata unicamente su progetti umani, resta inesorabilmente infeconda. Solo l'obbedienza fedele agli insegnamenti del risorto, garantisce frutti abbondanti. Questi però, quando ci sono, vengono dal Signore e a lui vanno riconsegnati con umiltà. La missione del discepolo e di tutta la Chiesa risulta impostata correttamente nella misura in cui è fondata in una relazione di autentico amore con Gesù Cristo.

COLLEGAMENTO FRA LE LETTURE
La forza del Risorto che agisce ancora, può diventare l'elemento che unisce le letture. In Atti gli apostoli, interrogati dal sommo sacerdote, trovano nella potenza della risurrezione del Signore la forza di "obbedire a Dio piuttosto che agli uomini". Tale fedeltà li porta ad accettare con letizia "di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù" e ad essere testimoni per mezzo del dono dello Spirito Santo. L'Apocalisse suggerisce di non dimenticare la forza che viene dalla celebrazione cristiana del Risorto. È qui dove si incontra realmente "l'Agnello che fu immolato" e da lui si riceve la luce e la sapienza che aiutano a leggere positivamente la storia e a camminare con speranza in essa. Il vangelo indica che la missione della Chiesa produrrà frutti se essa procederà saldamente radicata nella parola del Risorto ed in un amore autentico nei suoi confronti.

La vita
(per continuare il lavoro nella riflessione personale)
Cerchiamo ora di interagire col testo del vangelo e chiediamoci :
- Quale parte del vangelo letto (in tutta la sua ampiezza) e commentato mi ha colpito di più e perché?
- Che cosa devo cambiare nella mia vita personale per essere in sintonia con quanto il vangelo ci comunica? Individuare almeno un punto su cui lavorare.
- Nella mia vita sociale (famiglia, lavoro, relazioni, parrocchia) c'è un contributo che io posso dare, per diffondere il vangelo o per realizzarlo, che mi è stato ispirato dal vangelo letto e meditato?
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Lectio divina II domenica di Pasqua - C

LETTURA - COMMENTO - VITA
Unità Pastorale Madonna della Salute
Goito 24 aprile 2022, II Domenica di Pasqua - Anno C

Mandati dal Risorto!
Atti 5, 12-16 . Salmo 117 . Apocalisse 1, 9-11a.12-13.17-19 . Giovanni 20, 19-31

Lettura
Il brano del vangelo di san Giovanni della seconda domenica di pasqua, si colloca dopo il rinvenimento del sepolcro vuoto da parte di Maria Maddalena, di Pietro e di Giovanni e segue la prima apparizione del Risorto a Maria, che lo scambia per il giardiniere.

Gv 20, 19-31
19La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: "Pace a voi!". 20Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21Gesù disse loro di nuovo: "Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi". 22Detto questo, soffiò e disse loro: "Ricevete lo Spirito Santo. 23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati".
24Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25Gli dicevano gli altri discepoli: "Abbiamo visto il Signore!". Ma egli disse loro: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo".
26Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: "Pace a voi!". 27Poi disse a Tommaso: "Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!". 28Gli rispose Tommaso: "Mio Signore e mio Dio!". 29Gesù gli disse: "Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!".
30Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. 31Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Commento
Il testo presenta due manifestazioni di Gesù risorto nel cenacolo. Nella prima, avvenuta il giorno stesso di Pasqua (vv.19-23), egli entra a porte chiuse nel "luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei giudei" e li saluta donando loro la pace. Questa, unita alla visione dei segni della passione sulle mani e sul costato, genera gioia nei discepoli che vedono il Signore. Gesù poi invia i suoi e li manda a prolungare l'opera che il Padre aveva a lui affidato: "Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi". A sostegno della loro missione, il Risorto dona lo Spirito Santo e ad essi conferisce il compito di rimettere i peccati: "A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati...". Al centro del brano abbiamo la presentazione di Tommaso che, non essendo stato presente "quando venne Gesù", manifesta scetticismo ed incredulità sull'accaduto (vv.24-25). La seconda manifestazione di Gesù avviene "otto giorni dopo", quando "i discepoli erano di nuovo in casa e c'era anche Tommaso" (vv.26-31). Il Risorto, oltre ad offrire nuovamente a tutti il dono della pace, indica personalmente a Tommaso i segni della passione presenti sul suo corpo e lo invita a "non essere più incredulo, ma credente!". A questo punto Tommaso riconosce Gesù e professa la sua fede: "Mio Signore e mio Dio!". Le parole di Gesù si chiudono preannunziando la beatitudine di coloro che crederanno in lui senza vederlo di persona.

Solo con la resurrezione di Gesù, il discepolo, per mezzo della fede, può ottenere da lui la pienezza della pace e della gioia. Queste sono rese stabili dal dono dello Spirito e dalla remissione dei peccati. Anche chi è scettico o dubbioso, incontrandosi con lui, approda ad una fede vera. I doni concessi dal Signore risorto sono per tutti i discepoli che hanno fede in lui, anche per coloro che nel corso dei secoli non avrebbero incontrato direttamente il Risorto.

COLLEGAMENTO FRA LE LETTURE
Nelle letture odierne si intersecano il tema della fede e la necessità della sua testimonianza da parte del discepolo. Tommaso è l'esempio di chi ha difficoltà nel credere. Egli vuole vedere con i suoi occhi e non si fida della testimonianza di coloro che già hanno incontrato il Risorto (è una certa sfiducia nei confronti della Chiesa). Coloro che vedono i segni compiuti da Gesù Cristo e credono in lui, "pur non avendo visto" direttamente, avranno "la vita nel suo nome", cioè parteciperanno della vita eterna e della sua missione. É quanto sperimenta Pietro nella vicenda presentata dal racconto di Atti. L'apostolo, superata la crisi dei giorni della passione e morte del maestro, avendolo incontrato risorto e credendo fermamente in lui, porta anch'egli la salvezza a coloro che lo avvicinano: "perché quando Pietro passava, almeno la sua ombra coprisse qualcuno di loro". Anche Giovanni viveva un rapporto intenso col Risorto, fino ad essere esiliato "a causa della parola di Dio". Egli nell'esperienza del "Giorno del Signore" non solo ritrova una relazione più immediata con Cristo, ma riceve anche da lui una nuova missione a sostegno delle Chiese.

La vita
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